Lapidario Guzmán neanche aprì la bocca. La notte fece un muro senza limiti attorno al gruppo e se soltanto una goccia dal bicchiere di Sisemio fosse scivolata, avrebbe costato la vita a tutti loro.
Gino i giovedì sera indossava il suo grembiule azzurro ed entrava nel capanno delle estrufallas. Accendeva la luce nera e si lasciava andare attraverso il lungo corridoio guardando una ad una le gabbie maleodoranti.
Alla fine dell’umido passaggio un’enorme biblioteca deserta custodiva lo scrittoio di metallo sopra il quale si impilavano cartelle, cartucce da 14 e la timida costellazione di bottoni rossi del pannello di check-up delle celle.
Seduto, riposava le gambe su un piccolo banco azzurro mentre fuori la notte cominciava lentamente il suo governo implacabile. Così per quattro notti mensili, avvertendo il sussurro dei maschi addormentati, l’aspro sfiorare delle zampe squamose nei loro accorazzati corpi.
Ogni tanto una luméndrola tracciava un filo di bava fosforescente nell’ombra e al secondo, sempre era così, il battito, un gemito dopo quasi impercettibile, e più tardi il sordo rumore del finale. E le indiavolate mandibole di qualche estrufalla scricchiolando nel gustare agrodolce, bagnate da una certa bava fosforescente che evaporava lenta fino a non essere altro che un’ombra in più nel sopore dell’oscurità.
La routine dei giovedì notte. Gino tentò qualche volta di combattere l’elastica costituzione delle ore installando un piccolo televisore nello scrittoio. La mattina seguente fu trovato paralizzato, quasi verde, con gli occhi fuori delle orbite e parole strane e inconcluse a riempirgli la bocca.
Glielo anticiparono ma lui non capiva molto di queste cose. Pensò soltanto che questi discorsi servivano a giustificare le esigenze altrui obbligandolo a rimanere attento su di un filo di tensione insopportabile. Non fu capace, nella sua cecità, di comprendere perché le guardie svolgevano turni di un giorno la settimana, e perché ogni notte un altro come lui si facesse carico della noiosa routine di attendere l’alba dietro la scrivania, nel buio, in totale silenzio,con un fucile a due canne sempre in mano e la siringa di antidoto per allungare di qualche ora le sue possibilità di sopravvivenza.
Quando quella volta gli domandarono della sua esperienza, la ricca storia di Gino nei sobborghi abbandonati, le traversìe per i gravi capannoni dove le ferrovie andavano a morire trasportando treni rotti, e la distrutta zona industriale bastarono per guadagnarsi il posto.
Altri tempi. Le estrufallas non si erano evolute, serpeggiavano come lumache giganti per gli angoli d’ombra cacciando lumendrolas e piccoli scorpioni d’olio, e niente faceva prevedere che la nuova specie avrebbe raggiunto un grande sviluppo. La mutazione, ripeteva kafkianamente un vecchio professore universitario di Biologia.
Gino non capiva di mutazioni, nuove specie, apocalissi e lunghe carovane di sopravissuti che si affondavano nel sud ignoto, già tanto depredato e quasi inabitabile.
Lui si era negato di abbandonare il suo territorio, quella vastità di angoli, l’ intricata rete di corridoi e rifugi. Dopo quella luce accecante e il vento di pietra che spazzò i primi rioni, dopo la neve rossa quando già ogni rumore era scomparso, la pelle di corteccia centenaria era sufficiente protezione di fronte alle morsicature di freddo e insetti.
Con le settimane acquisì una capacità auditiva invidiabile per captare il minimo sfiorare di un corpo sopra una superficie. Dopo gli arrivò come dono meraviglioso l’olfatto più acuto, bestiale, esatto che si possa immaginare.
Mentre tutto pareva sospeso nel tempo, e andavano e venivano uomini normali messi in uniformi speciali, Gino perseguiva il suo pranzo, piccole specie viscide, guardando da distanza la ricostruzione del possibile. Fu avvicinandosi poco a poco, come un cane bastonato, fino a che qualcuno guadagnò la sua fiducia, e dopo un altro, e terminò collaborando in una squadra di uomini come lui, mutanti, adattati alle nuove circostanze.
La prima estrufalla evoluta lo circondò una mattina in un corridoio della Sovrintendenza dell’Ambiente, dove smontavano artefatti elettrici. Le affondò un cacciavite nel petto prima che la bestia potesse arrivargli al collo. Seppe che la storia non sarebbe stata la stessa.
Dunque, durante i turni di guardia, il fucile a due canne stava sempre in mano.
Ma non capiva troppo. Non arrivava a capire il perché delle gabbie, la ragione imbecille di mantenere vivi gli ultimi esemplari della specie.
In quello che fu il centro della città la voragine delle impalcature accellerava giorno e notte la nuova geografia.
Dentro il perimetro di griglie elettriche che dovevano servire da barriera contro eventuali attacchi mutanti, crescevano grandi celle e labirintiche gallerie serrate. In uno dei padiglioni sarebbero state esposte le bestie, dietro triplici cristalli di massima sicurezza.
Gino non capiva certe cose.
Fu un giovedì, forse tra sogni avanzata la notte, da una fosforescenza all’altra nel capanno al buio.
Cominciò a vedersi un’ estrufalla, ultimo gradino dell’evoluzione mutante, creatura disfatta in tante altre versioni ogni volta più mostruose.
E il lampo di un’idea lo colpì dietro lo scrittoio, con le gambe vinte sul banco azzurro e tutte le cartucce del 14 davanti al naso.
Raschiò la pelle semi fossile della sua mano sinistra e accese tutte le lampade.
Un gemito, il primo, dopo il crescente ruggito delle creature che lo spinse verso il fucile.
Schiacciò la serratura elettronica di ogni gabbia dal pannello di controllo dello scrittoio e attese che si aprissero, con la vista in nessun luogo, il rumore compatto dei passi lungo il corridoio.
Fu la lotta per una luméndrola, lo spintonare silenzioso, lo sbattere forte. E la bocca di Gino che lascia scorrere una bava fosforescente.
Più tardi altro silenzio, diverso, pesante, maleodorante, come una nebbia nel capanno vuoto, attorno alle impronte delle creature liberate, in fila, perdendosi nella notte.
Forse come una lenta carovana di ombre inesplicabili seguendo a rispettosa distanza il maschio alfa del braccio armato.
E molto dopo le grida, il panico attorno lamenti e preghiere, lontani, tra le impalcature.
Lapidario, Sisemio col suo bicchiere e gli altri due operai della gru quasi non respirarono, piansero muti la carneficina dall’altura. Attesero tre giorni tra una nube di avvoltoi e tutti gli inspiegabili perché a raffica .
Il gruppo di ricercatori protetti dai soldati, sotto, diede loro il coraggio per scendere in quello che restava dell’inferno.
De: Racconti fantastici, d’amore e di morte (El Taller del poeta, Galicia, 2007)
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